martedì 5 aprile 2011

The breakfast feeling





Recentemente ho letto per la prima volta il famoso romanzo di Truman Capote Colazione da Tiffany.

Mi è venuta la curiosità di leggere questo libro non dopo la visione dell'omonimo film di Blake Edwards bensì dopo aver visto uno splendido film su un periodo particolare della vita dello scrittore. Ho avuto voglia di capire qualcosa di più su questo strano personaggio attraverso i suoi libri.

Avendo visto il film, ormai divenuto un'icona grazie alla presenza di Audrey Hepburn, ho pensato: vuoi vedere che, come accade spesso, il libro è più bello del film?!?!?
E poi ho pensato: come posso aver visto il film e non aver letto il libro?
E poi ho pensato ancora: devo leggere assolutamente qualcosa di Capote per capire se realmente sia stato un grande scrittore o se in realtà è semplicemente un gossipparo newyorchese degli anni '50.

Fino ad oggi, del suddetto autore, avevo letto soltanto Il duca nel suo dominio, un libro intervista su Marlon Brando che non mi aveva particolarmente segnato, e che aveva confermato l'immagine di Capote come semplice socialite e pungente osservatore della vita delle star di quegli anni.
Ho pensato, ancora una volta, quest'inchiesta-intervista non basta per avere un'idea.
Devo leggere uno dei suoi romanzi!
E di conseguenza ho pensato, e questa volta per l'ultima volta: va bene!
Leggerò Colazione da Tiffany per cominciare!

Il romanzo in questione è sicuramente piacevole, forse troppo breve per i miei gusti poichè ogni volta che leggo ho bisogno di un pò di pagine per potermi affezionare alla storia ed ai personaggi.
Iniziando la lettura si è certamente condizionati dalla meravigliosa ed ingombrante immagine che la Hepburn dà nel film di Holly Golightly, la protagonista della storia, per questo motivo è un pò difficile allontanarsi dalla Colazione cinematografica per entrare totalmente in quella letteraria!

Una volta riuscito a sorpassare questo gradino ho dato un nuovo volto alla mia Holly e ho proseguito nella breve lettura!

La storia che Capote racconta non colpisce particolarmente, nè ha un particolare impatto, nè tantomeno ti cattura mentre le parole si susseguono.
Quello che trasuda da queste pagine ruvide non è la bellezza di un racconto ma la meraviglia di un'atmosfera!
Ciò che Capote riesce appieno a fare attraverso la narrazione è restituire al lettore quell'atmosfera, quella sensazione che ti proietta direttamente nella New York a cavallo tra gli anni '50 e '60.
Ciò che si respira è l'aria scombinata e naif, socievole ed artistica, chic e trasandata di quella meravigliosa città che in ultima analisi viene rappresentata dalla figura di Holly Golightly.
La nostra eroina sembra incarnare alla perfezione la Grande Mela dei favolosi sixties!
Holly è New York!

Una donna senza arte nè parte, in continuo cambiamento, senza una linea comportamentale univoca. Si offre agli uomini senza mai farsi conoscere nel profondo, mostrando uno stile eccentrico, elegante ma sgangherato. Lei, proprio come New York, è tutto e l'opposto di tutto. E' la fotocopia di una città meravigliosa e piena di contraddizioni.

Una Donna-una Città di cui ti innamori senza neanche capire il motivo preciso dell'infatuazione.
Il suo fascino ti assorbe completamente e la ragione fugge via lasciandoti in balia di questo charme!

Quest'atmosfera è la vera essenza del romanzo.
La storia passa in secondo piano, si viene letteralmente catturati da quell'Upper East Side in cui si muovono i personaggi, dalle avenue e dalle street, dai ristoranti, dai negozi descritti.
La vera essenza di una città viene catturata e fotografata, ma questa foto non è offerta al lettore in modo didascalico, quella di New York è un'immagine in trasparenza, che si insinua e da cui non si riesce a prescindere. La Grande Mela si odora in ogni frase, in ogni comportamento, in ogni descrizione.
Capote non parla di New York direttamente ma il suo profilo è chiaramente rintracciabile. La sua atmosfera è onnipresente. La sua vitalità scaturisce senza freni ma in maniera leggiadra e velata proprio come il personaggio di Holly, dirompente ma lieve, metafora o meglio sineddoche che Capote utilizza raccogliendo un singolo elemento per raccontare il tutto di una grande città.

Vi amo tutti
Regards

7 commenti:

  1. Very interesting Orzon, mi piace proprio il tuo modo di descrivere, sei capace di far percepire atmosfere. Mi piacciono acneh troppo le figure che metti e la grafica (di cui dovrai darmi qualche lesson).
    Ho solo due appunti: 1) pò non si scrive con l’accento sulla o ma con l’apostrofo dopo la o: po’, rappresentando un’elisione della parola poco; 2) né si scrive con l’accento acuto (né) e non grave (nè).
    Regards a te.

    RispondiElimina
  2. Grazie sono contento perché era proprio una sensazione e un'atmosfera che volevo trasmettere, del resto e' quello che mi e' piaciuto del libro!
    Riguardo gli errori che noia l'avevo specificato all'inizio che avrei scritto in maniera sgrammaticata... E poi nell'enfasi della scrittura tutto e' concesso....ringrazia che ho sbagliato solo gli accenti...hihihi

    RispondiElimina
  3. Ah i disegni li ho fatti io!

    RispondiElimina
  4. ottimo fammi sapere che ne pensi e se ti ritrovi con quello che ho scritto!

    RispondiElimina
  5. Dimentica Audrey, non a caso Capote non ha mai particolarmente amato la trasposizione cinematografica perchè non era d'accordo con la scelta dell'attrice... lui il libro l'aveva scritto pensando a Marilyn :)

    RispondiElimina
  6. po' è un troncamento!!!

    RispondiElimina